“SPES NON CONFUNDIT”

L’Autore riflette sulla condizione ciritica dei detenuti italiani

  1. Scritto da: Ettore Grenci (si apre in una nuova scheda) | Pubblicazione: mercoledì, 21 Gennaio 2026 | Nel numero: 2/2025 (si apre in una nuova scheda)
“SPES NON CONFUNDIT” - Bologna Forense

“Spes non confundit”, la speranza non delude.
Questo è stato il messaggio centrale del Giubileo che si è appena concluso, voluto da Papa Francesco proprio nel segno della speranza.
Ma la speranza – al di là della sua accezione filosofica e religiosa – assume una dimensione giuridica come diritto fondamentale e assoluto, incomprimibile e incoercibile, che spetta a qualsiasi essere umano quale sia la sua condizione o la sua “colpa”. Il diritto alla speranza ha consentito di mettere fuori legge la pena di morte, ed ha costituito la base su cui la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha decretato la illegittimità della disciplina del c.d. ergastolo ostativo del nostro Paese, utilizzando parole che oggi, a distanza di oltre sei anni da quella decisione, dovrebbero risuonare attualissime alle nostre coscienze:

“La Corte vuole rimarcare che la dignità umana, situata al centro del sistema creato dalla Convenzione, impedisce di privare una persona della sua libertà, senza operare al tempo stesso per il suo reinserimento e senza fornirgli una possibilità di riguadagnare un giorno questa libertà” (Sentenza Viola c/Italia, 13.06.2019).

Questa “possibilità” è appunto il diritto alla speranza, parte essenziale e fondante la dignità di ogni persona. Una vita senza speranza sarebbe una vita senza alcun senso, una morte in vita.
E ancora Papa Francesco ha trasformato questi principi non solo in opera di fede, ma anche in costante impegno politico, volgendo lo sguardo ai luoghi in cui dignità e speranza sono più a rischio: sin dall’inizio del suo pontificato, quando scelse Lampedusa ed il suo CPR quale meta del suo primo viaggio apostolico; fino ai suoi ultimi giorni di vita, con l’apertura – per la prima volta nella storia – di una porta Santa per il Giubileo in un carcere, quello di Rebibbia.
L’ultima, fortissima, testimonianza di una incrollabile tensione umana verso luoghi in cui la dignità e la speranza di migliaia di esseri umani sono troppo spesso mortificate e umiliate.
Nell’indifferenza di una società sempre più mossa dal sentimento della vendetta, con un gesto di rottura e di coraggio, ha provato ad accendere una luce di speranza non solo nel cuore dei detenuti, ma anche in quello avvizzito della nostra società, e di chi deve decidere e giudicare sulla loro vita e sul loro futuro.
Il primo suicidio del 2026 avvenuto nel carcere di Cremona proprio nei primi giorni del nuovo anno, i circa centosettanta del precedente biennio, le continue denunce di gesti lesivi contro sè stessi e contro il personale, un sovraffollamento che ha ormai raggiunto i livelli che portarono nel 2012 la Corte Edu a condannare l’Italia per trattamenti inumani e degradanti, sono i dati di una realtà carceraria che invece delude ancora questa speranza.
Delude la speranza una classe politica che si mostra insensibile ad una tragedia umanitaria che si consuma in luoghi dello Stato, e che sembra proporre quale unica soluzione per questa sua grave responsabilità ancora “più carcere”, con nuovi reati e punizioni esemplari. Una politica tanto severa con gli errori altrui, quanto indulgente con i propri.
E gli errori e le omissioni, pienamente consapevoli, si misurano proprio sul fallimento decretato da quei numeri, da quelle morti, da quelle violenze. Si misurano ogni volta che la vita di un detenuto finisce strozzata ad un lenzuolo legato alle sbarre di una cella, ogni volta che chi è chiamato a svolgere il proprio lavoro nelle carceri subisce un’aggressione, ma anche ogni volta che si preferisce volgere lo sguardo dall’altra parte quando si sceglie la violenza e l’umiliazione per mantenere ordine e disciplina.
Proviamo a pensare se tutto ciò accadesse nei nostri ospedali, se si consumassero quelle violenze, se si contassero i morti sucidi come accade oggi nelle nostre carceri. Cosa diremmo? Cosa faremmo? Non sono poi così diversi le carceri e gli ospedali, dovrebbero essere entrambi luoghi di cura, di riabilitazione, di speranza.
Ma non è così. Il carcere deve essere un luogo in cui marcire. Troppo poco la cattività, serve anche la cattiveria.
A tutto questo ha voluto rispondere con parole dissonanti Papa Francesco, richiamate e fatte proprie da Papa Leone XIV nella sua omelia alla messa del Giubileo dei detenuti lo scorso 14 dicembre in San Pietro:

“Il 26 dicembre dello scorso anno, Papa Francesco, aprendo la Porta Santa nella Chiesa del Padre nostro, nella Casa circondariale di Rebibbia, lanciava a tutti un invito: «Due cose vi dico – affermava –. Primo: la corda in mano, con l’àncora della speranza. Secondo: spalancate le porte del cuore». Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo (cfr Eb 6,17-20), ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo.”

Chi è credente – come la stragrande maggioranza degli italiani e di chi siede in Parlamento dice di essere – dovrebbe assumere questi messaggi come quotidiano impegno civile e politico, partendo dai “segni di speranza” che Papa Francesco – nella bolla di indizione del Giubileo – ha voluto dedicare proprio ai detenuti con parole semplici e dal forte valore non solo simbolico:

“Nell’Anno giubilare saremo chiamati ad essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio. Penso ai detenuti che, privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto. Propongo ai Governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi….Per offrire ai detenuti un segno concreto di vicinanza, io stesso desidero aprire una Porta Santa in un carcere, perché sia per loro un simbolo che invita a guardare all’avvenire con speranza e con rinnovato impegno di vita, e tale da non ammettere equivoci”.

Da notare che il richiamo non è a dare ma ad “essere segni tangibili”, come a significare, anzitutto, la necessità di immedesimarsi nel disagio e nella sofferenza altrui. Solo chi vive queste condizioni può comprenderle appieno: non pensiamo solo ai detenuti, che le subiscono sulla propria pelle, ma anche alle loro famiglie (per chi ha la fortuna di averla, una famiglia), ai loro figli, spesso bambini, che talvolta devono sostenere viaggi interminabili e costi economici importanti per un colloquio di pochi minuti. E anche qui non può non tornare alla mente quella affinità con la dimensione della malattia, con il carico di sofferenza che non è solo di chi la vive sul proprio corpo, ma anche delle famiglie e degli affetti che accompagnano nella malattia i propri cari.
Lo sforzo che si chiede alla c.d. “società civile” – perché si possa dire davvero civile – a quella parte di società che ha la fortuna di non vivere tali condizioni, è dunque quello di provare ad avvicinarsi idealmente alla sofferenza di chi deve subire una pena nelle condizioni attuali delle nostre carceri, una pena che va oltre la privazione della libertà, che umilia la dignità e la speranza. E’ un richiamo a ritrovare quello spirito di solidarietà che sembra sempre di più perdersi nella nostra società, che a dispetto della sua dimensione “social” sembra invece chiudersi nell’individualismo.
I “segni” che invece si chiedono alla politica – a chi ha il potere di incidere direttamente e concretamente per alleviare questa sofferenza – sono molto più concreti e inequivocabili: “forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società.” Una richiesta che anche Papa Leone XIV ha ribadito nella omelia già qui ricordata:

“A tal fine Papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche «forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società» (Bolla Spes non confundit, 10), e ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento (cfr ibid.). Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare (cfr Lv 25,8-10).”

Il diritto alla speranza qui assume la sua più alta e tangibile valorizzazione e realizzazione: solo con un segnale di speranza si può ottenere speranza. Una speranza declinata non solo nella fiducia verso sè stessi, per trovare la forza di rialzarsi dopo una caduta, ma a cui si aggiunge anche un analogo atto di fiducia verso la società. Qui si ha una inversione della comune logica che regola il rapporto tra la società e il “colpevole”, perché nella condizione di illegalità delle carceri, dove la dignità dell’essere umano non è garantita ed è troppo spesso umiliata, è la società ad essere essa stessa “colpevole” nei suoi confronti. Una colpa che questa volta è la persona detenuta a dover perdonare.
Dal messaggio del Pontefice emerge chiara un’idea di clemenza che non può essere visto solo come gesto di umana bontà, di semplice indulgenza o, peggio, di buonismo, magari alla ricorrenza delle festività natalizie. Esso invero ma assume significati ben più alti e immanenti: accanto a quello della necessaria riconciliazione tra singolo e collettività, per sanare un rapporto sociale infranto, c’è anche l’atto moralmente e giuridicamente dovuto, per sanare la illegalità delle attuali condizioni carcerarie, ma soprattutto per restituire umanità a quelle condizioni, come imposto dall’art. 27 della nostra Costituzione.
C’è una domanda che Papa Francesco non mancava di porre ai detenuti nelle sue numerose visite nelle carceri, iniziate sin da quanto era arcivescovo di Buenos Aires: “perché voi e non io?” Una domanda che quasi lo tormentava, tante volte ripetuta nel corso del suo impegno pastorale al cospetto di quella umanità sofferente.
E’ una domanda contro l’ipocrisia, perché le debolezze umane sono universali e nessuno può dirsi infallibile, perché i sentieri della vita sono imperscrutabili e possono essere inattesi e non sempre voluti, per un momento di debolezza, per una occasione persa, per difficoltà familiari o economiche.
Una domanda contro l’indifferenza, perché il carcere diventi un pensiero per tutti e di tutti. La persona che oggi è in carcere domani tornerà libera, e la sicurezza non si costruisce “buttando via la chiave”, ma garantendo ai detenuti che il tempo della privazione della libertà non sia tempo sprecato, ma sia un tempo utile al proprio futuro.
Una domanda che dovrebbe tormentare anche noi, che dovrebbe interpellare le nostre coscienze ogni volta che pensiamo a cosa si cela dietro quelle alte mura, ogni volta che sentiamo l’ennesima invocazione al carcere come luogo di supplizio, dove far morire ogni speranza.
Perché la speranza non delude, l’ipocrisia ed il silenzio dell’indifferenza sì.