LA GARANZIA DELLA MAGISTRATURA UNITA: Brevi considerazioni sull’esito del referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026

  1. Scritto da: Alessandro Martinuzzi (si apre in una nuova scheda) | Pubblicazione: mercoledì, 15 Luglio 2026 | Nel numero: 1/2026 (si apre in una nuova scheda)
LA GARANZIA DELLA MAGISTRATURA UNITA: Brevi considerazioni sull’esito del referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 - Bologna Forense

Introduzione
Certi temi richiedono una riflessione ponderata prima di essere lucidamente trattati e, certamente, fra questi rientra l’epilogo della c.d. Riforma costituzionale Nordio sulla separazione delle carriere dei magistrati, approvata dalle Camere lo scorso 30 ottobre 2025 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale al n. 253.
L’esigenza di ponderazione non deriva tanto dalle possibili implicazioni della riforma, dagli effetti sulla tenuta del Governo o dall’analisi geografica del voto, quanto dalla constatazione dell’impatto che una simile iniziativa governativa ha avuto sui rapporti istituzionali fra magistratura e avvocatura in un particolare periodo come quello finale del PNRR Giustizia che ha di fatto consentito il sindacato dell’opinione pubblica sulla capacità della magistratura di autogovernarsi.
Come noto, non avendo trovato un ampio consenso in seno al Parlamento, il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono stati chiamati a esprimersi sul quinto referendum costituzionale confermativo della storia repubblicana, questa volta avente ad oggetto un tema tecnico e complesso come la separazione delle carriere giudicante e requirente e la riforma della giustizia disciplinare dei magistrati.
Non rientra fra gli scopi di questa analisi il giudizio sull’opportunità di una simile riforma, né la valutazione sulle possibili implicazioni che avrebbe avuto sull’equilibrio dei poteri dello Stato. Tantomeno si pretende di soppesare le conseguenze per la compagine governativa.
Nondimeno, vale la pena di partire da un dato incontrovertibile, ossia l’esito netto: i voti contrari hanno prevalso con il 53,74 per cento, contro il 46,26 per cento dei Sì, registrando un’affluenza record del 58,93 per cento, la più alta mai raggiunta per una consultazione referendaria di questo tipo. Oltre 14 milioni e mezzo di cittadini hanno bocciato la riforma, mentre 12 milioni e mezzo l’hanno sostenuta.
Sugli organi di stampa e nelle riviste scientifiche e di categoria si è già scritto molto sulle possibili cause di tale esito: dalla difficile comprensibilità del quesito, al numero di articoli costituzionali interessati, dalla modalità della campagna referendaria senza esclusione di colpi, alla confusione con il gradimento del governo in carica, dall’impiego delle personalità di alto profilo scese in campo alla fiducia generale che l’opinione pubblica riserva alla magistratura.
La proposta di modifica costituzionale
La legge costituzionale sottoposta a referendum modificava gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione, con sostituzione integrale degli articoli 104 e 105. I punti essenziali della riforma prevedevano la separazione costituzionale tra magistrati giudicanti e requirenti, con una divisione netta delle carriere. La riforma avrebbe creato due organi di autogoverno distinti, un CSM giudicante e un CSM requirente, scindendo così il Consiglio Superiore della Magistratura. I membri laici, che rappresentano un terzo dell’organo, sarebbero stati estratti a sorte da un elenco di professori e avvocati con almeno 15 anni di esperienza, mentre i membri togati, che avrebbero rappresentato i due terzi, sarebbero stati sorteggiati tra tutti i magistrati. Tale sistema era stato l’unica soluzione trovata dal Governo alle degenerazioni del correntismo nella magistratura che avevano dimostrato con il noto caso Palamara di poter porre in serio pericolo l’autonomia e l’indipendenza dei giudici. Inoltre, la riforma avrebbe istituito una Alta Corte Disciplinare separata, sottraendo questa funzione alla sezione disciplinare del CSM esistente. La composizione dell’Alta Corte avrebbe limitato la rappresentanza della magistratura di merito, ed era improntata a meccanismi volti a prevenire il potere delle correnti.
Al di là della natura eminentemente tecnica della riforma, il Governo, le opposizioni e l’Associazione Nazionale Magistrati non hanno resistito alla tentazione di caricare di connotati politici la scelta referendaria.
Parallelamente, importanti rappresentanze dell’Associazionismo forense italiano (dall’Unione delle Camere Penali all’AIGA, da Movimento Forense ad ANAI), tendenzialmente trasversali alle rappresentanze politiche, hanno condotto una compatta campagna a favore della riforma con l’appoggio di alcuni più o meno noti esponenti della magistratura e della Giustizia costituzionale.
Sin quasi dall’inizio della competizione dei comitati promotori, la narrazione verso l’opinione pubblica si è orientata sulla dicotomia semplicistica tra chi era per la conservazione (e quindi la protezione) della Costituzione e chi, invece, si proponeva di stravolgerla.
Il dato interessante è che dalla repentina escalation dei toni emerse subito un rifiuto del confronto con l’avvocatura da parte dei magistrati tanto da giustificare una circolare dell’ANM che raccomandava di astenersi da eventi organizzati da avvocati, poi corroborata dall’intervento esplicito del procuratore Gratteri in occasione dell’Assemblea della più rappresentativa Associazione di magistrati.
Come si è visto, durante la campagna tale rifiuto si attenuò progressivamente anche grazie alla revisione dell’indirizzo del Direttivo nazionale dell’ANM presieduto dal Dott. Parodi, ma, ciò nonostante, in quel momento ha iniziato ad aprirsi una voragine tra avvocatura e magistratura.
Liste di “proscrizione”, polemiche istituzionali per l’affissione di manifesti referendari all’interno dei Tribunali, eventi di promozione nelle scuole, appelli al Presidente della Repubblica e scudisciate a suon di comunicati stampa, post personali o collettivi offensivi sui social network, fino ad arrivare al diniego del saluto tra chi fino al giorno prima andava a giocare a calcio insieme. In questa campagna elettorale si è visto di tutto. E non è stato bello.
Possiamo pensare che di tutto ciò sia responsabile il Governo Meloni e, in particolare, il Ministro Nordio per averci investiti di un tale delicato tema, ma in realtà abbiamo assistito ad un vigoroso scontro tra associazioni di categoria nel quale era in gioco la stessa sopravvivenza di alcune di esse. La posta in gioco era sicuramente più alta per l’ANM e il sistema delle correnti che per il Governo Meloni e oggi, a distanza di circa tre mesi, lo possiamo constatare con maggior nitore.
Esito delle votazioni e analisi per regione
Neppure pare che il dato territoriale abbia fatto emergere chiare spaccature: il No ha vinto in 17 regioni su 20, stravincendo in tutte le grandi città. Solo tre regioni hanno dato la vittoria al Sì, e queste sono la Lombardia con il 53,64 per cento di Sì, il Veneto con il 57,96 per cento e il Friuli-Venezia Giulia con il 54,25 per cento. Tutte le altre regioni hanno bocciato la riforma.
L’Emilia-Romagna ha dimostrato un picco di voti contrari insieme alla Toscana e alla Campania.
Nelle grandi città il No ha prevalso nettamente. Milano ha restituito il 58,36 per cento di voti contrari, Napoli ha espresso un impressionante 75 per cento di No, Roma ha superato il 60 per cento; a Bari ha votato contro la riforma il 62,76 per cento, a Palermo il 68,69 per cento.
Orientamento politico dei votanti
Secondo l’elaborazione del Consorzio Opinio Italia per la Rai, i giovani tra 18 e 34 anni hanno votato No al 61,1 per cento, mentre gli over 55 hanno votato Sì al 50,7 per cento. Il centrodestra si è fermato al 44,6 per cento di Sì, con il campo largo che arriva al 45,4 per cento. Il No ha conquistato il voto dei giovani, mentre il Sì ha vinto tra gli anziani. Tra gli italiani all’estero, il Sì ha vinto con il 56,34 per cento, ma solo nell’area Europa il No ha prevalso con il 56,24 per cento.
Si può serenamente affermare che, nonostante lo sforzo di politicizzazione, il voto decisivo è stato trasversale giacché quasi due milioni di voti contrari sono provenuti da elettori di Fratelli d’Italia, Forza Italia e, soprattutto, Lega. D’altra parte, abbiamo assistito a una dinamica simile, a parti invertite, con il referendum sulla riforma costituzionale di Renzi del 2016. Il voto conservativo dimostra ancora una volta una più agile capacità di mobilitazione laddove il quesito sia su una riforma ampia e articolata.
Implicazioni per la categoria degli avvocati
Dopo una campagna referendaria sanguinosa, la bocciatura della riforma ha avuto implicazioni significative per l’avvocatura.
Anzitutto, si pone per l’Unione delle Camere Penali, AIGA, e le altre associazioni che hanno convintamente sostenuto le ragioni del sì la necessità di valutare con attenzione se abbandonare definitivamente un tema, come la separazione delle carriere, per il quale si sono battute per diversi decenni.
La pallida idea di portare avanti un progetto di separazione delle carriere a Costituzione invariata appare poco credibile ed ipocrita. D’altra parte, il progetto Nordio non era l’unico possibile, né il migliore.
In secondo luogo, e più in generale, l’esito referendario impone di considerare l’eventualità che, in un paese ad alto tasso di corruzione come l’Italia, la prioritaria esigenza di tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura implichi di accettare l’insindacabilità delle politiche di autogoverno anche quando diano luogo a degenerazioni e clientelismi.
Quando il sistema giustizia fallisce è sempre colpa del Ministro, e quando funziona è sempre merito dell’organo di autogoverno. Ma una simile dissociazione non risponde a nessuna pratica di buona amministrazione giudiziaria secondo la Commissione di Venezia o l’EU Justice Scoreboard.
All’esito del referendum, l’ANM ha auspicato che si possa finalmente parlare delle riforme che realmente servono alla Giustizia. Sarebbe però interessante capire a cosa ci si riferisce? La Riforma del diritto processuale? È già stata fatta con la Ministra Marta Cartabia con il supporto di varie centinaia di milioni di euro europei e le commissioni tecniche ministeriali piene di magistrati; la riforma della geografia giudiziaria? Anche questa è stata fatta con la chiusura di Sezioni distaccate e Tribunali minori sotto il governo Berlusconi sull’esempio francese al mero fine di ridurre il peso istituzionale del personale amministrativo; o forse la riforma della magistratura onoraria volta a ricostruire gerarchie a basso costo con un esercito di precari pagati a cottimo? Magari si pensa a una riforma della professione forense che consenta l’inserimento di un’altra platea di ausiliari mal pagati al servizio dei magistrati togati.
Più che altro sembra che la strategia favorita dalla magistratura associativa sia quella di cui parlava Tancredi allo zio don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, nelle pagine del Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Nel 1966 il Prof. Giuseppe Di Federico pubblicò un interessantissimo saggio sulla Corte di Cassazione nel quale, dopo diversi anni di studi e ricerche sul campo, aveva svolto una puntuale ricognizione sulle vere cause dei ritardi e delle inefficienze della giustizia rilevando anche norme di legge apertamente disattese al fine di soddisfare taluni interessi di categoria più che le superiori ragioni di giustizia.
Da allora, nonostante tale branca di studi sia stata timidamente coltivata anche su impulso dell’Unione Europea, poco o nulla è stato fatto per migliorare il governo della magistratura e così, secondo alcuni, deve essere.
Evoluzioni dei comitati per il Sì e per il No
Ciò che ha lasciato questo referendum è sicuramente un sistema di rapporti istituzionali in frantumi con ripercussioni gravi sui tavoli di confronto degli osservatori e sulle altre forme di collaborazione. Non sono mancate, come prevedibile, forme più o meno esplicite di ritorsione tra le file della magistratura e verso l’avvocatura che si era schierata per il Sì.
Il comitato Giusto dire No, promosso dall’ANM con presidente Enrico Grosso, nato il 18 novembre 2025, è diventato un punto di riferimento per la politica forense giudiziaria. Il comitato Avvocati per il NO, con presidente Franco Moretti, nato il 10 dicembre 2025, si è trasformato in ente associativo di politica forense. Il comitato Società civile per il NO, con presidente Giovanni Bachelet, promosso da CGIL, Libera, ANPI e Legambiente, è diventato riferimento per la politica giudiziaria. Alcuni di questi soggetti hanno già intrapreso iniziative per mettere in discussione la legittimazione delle rappresentanze forensi attuali.
Per il fronte del Sì, il comitato Sì Riforma, con presidente Nicolò Zanon e portavoce Alessandro Sallusti, comprende soggetti di FdI, Lega e FI. Il comitato Sì Separa, della Fondazione Luigi Einaudi con presidente Gian Domenico Caiazza, è sostenuto da Matteo Hallissey e Antonio Di Pietro. Il comitato La sinistra che vota Sì, di Libertà Eguale, conta su Augusto Barbera e Stefano Ceccanti. Il comitato Camere Penali per il Sì, creato dall’Unione delle Camere Penali il 16 luglio 2025, ha organizzato una propria campagna.
Conclusioni
Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 ha segnato un punto di svolta nella storia costituzionale italiana, bloccando definitivamente la riforma della giustizia. Per la categoria degli avvocati questo esito mantiene l’attuale assetto dell’ordinamento giudiziario, con implicazioni significative per la pratica professionale quotidiana, ma soprattutto per i rapporti di collaborazione istituzionale. Le premesse per il superamento della tremenda contrapposizione referendaria non passano da un mero conformismo politico e forense alle proposte dell’ANM ma dalla disponibilità a discutere dei taboo e, in particolare, dell’organizzazione giudiziaria senza pregiudizio per l’autonomia e l’indipendenza garantiti dalla Costituzione posto che tali principi non dovrebbero mai tramutarsi in totem ordinamentali. La prospettiva solipsistica e altera della magistratura non ha futuro nel contesto di trasparenza e sindacabilità del disposition time in cui ci ha condotti l’Unione europea e l’avvocatura resta un partner indispensabile per ambire alla tutela dei diritti demandata dalla Costituzione.