Corte Suprema USA nel caso Louisiana vs Callais del 29 aprile 2026 (608 US __ (2026). I have a dream: un sogno infranto

  1. Scritto da: Bruno Micolano (si apre in una nuova scheda) | Pubblicazione: lunedì, 27 Luglio 2026 | Nel numero: 1/2026 (si apre in una nuova scheda)
Corte Suprema USA nel caso Louisiana vs Callais del 29 aprile 2026 (608 US __ (2026). I have a dream: un sogno infranto - Bologna Forense

Era molto caldo a Washington quella mattina d’estate sul finire dell’agosto del ‘63. Gli occhi di tutti i giovani del mondo che cominciavano a sognare un mondo migliore erano lì puntati.
Mi ricordo: non c’erano collegamenti diretti, poche notizie ai giornali radio della sera, poi, il giorno dopo, la stampa, quella più informata, ci raccontò la giornata: una grande folla sfilò compatta insieme ai più importanti rappresentanti dei diritti civili, la marcia era intitolata per il Lavoro e per la Libertà.
Alla Casa Bianca sedeva, purtroppo per solo pochi mesi ancora, John Fitzgerald Kennedy.
In testa al corteo c’era Martin Luther King, il quale, davanti al Lincoln Memorial prese la parola e disse:

“I have a dream.
Sogno che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che sono.
I have a dream today”.

Splendido! Emozionante!
Tornammo ad ammirare l’America, quella che avevamo sempre sognato ed ammirato. Il nostro amore si era incrinato nel maggio del ’60, quando nonostante le petizioni di tutto il mondo, fu messo a morte nel carcere di San Quintino in California, Caryl Chessman, da tutto il mondo ritenuto innocente e diventato famoso per i libri che, rinchiuso nel braccio della morte, aveva scritto.
Ma questa è una storia vecchia, cancellata da quel giorno di agosto.
I nostri giovani cuori sussultarono ancora di più quando apprendemmo che, dopo il discorso al Lincoln Memorial, tutti i rappresentanti guidati da Martin Luther King si spostarono, alle cinque del pomeriggio, alla Casa Bianca, ricevuti da Kennedy in persona il quale, come noi, era stato colpito dal discorso che aveva ascoltato in diretta alla televisione.
Un fuori programma straordinario: dal Lincoln Memorial alla Casa Bianca la distanza è minima, forse meno di un chilometro. Ci si va a piedi. Ma per fare quel percorso, era stato necessario aspettare 100 anni di battaglie.
Iniziarono gli splendidi anni Sessanta!!!
La felicità durò poco. Solo tre mesi.
In una gelida notte, in Italia, di novembre, apprendemmo che il Presidente era stato ucciso. Forse pagò proprio quel famoso thè delle cinque alla Casa Bianca.
Che differenza con il caldo afoso di fine agosto. Ero al mare, poiché allora le vacanze duravano mesi e non settimane bianche o verdi. In novembre ero a Bologna all’uscita dal Cinema Antoniano: pioveva e faceva freddo.
Riprendemmo a sognare nella primavera del ’65 quando il 7 marzo ci fu un’altra marcia da Selma a Montgomery in Alabama e altre due nella stessa settimana.
Era domenica, giorno sacro al Signore, ma ciononostante, giunti all’Edmund Pettus Bridge, i manifestanti furono brutalmente attaccati dalle Forze dell’Ordine locali mentre attraversavano il ponte.
Purtroppo non c’era più Kennedy alla Casa Bianca. Niente thé alle cinque ma violenza insensata come tutte le violenze. L’America però seppe rispondere. E il nostro sogno riprese a volare. Cinque mesi dopo “l’inverno del nostro scontento si era trasformato in una splendida estate” (Shakespeare, Richard III).
Il 6 agosto il nuovo Presidente Lyndon B. Johnson firmò il Voting Rights Act.
Una legge ancora in vigore dopo sessant’anni considerata come punto di riferimento della legislazione federale degli Stati Uniti che proibisce la discriminazione etnica nel voto. Finalmente!!!
Tutto questo fino a un’altra primavera: quella che stiamo vivendo!!!
Il mondo è, di nuovo, un campo di battaglia e la terra è ridiventata “L’aiuola che ci fa tanto feroci” (Dante Alighieri, Paradiso, XXII, 151).
Non c’è più Kennedy alla Casa Bianca e la Corte Suprema il 29 aprile ha depositato la sentenza Louisiana v. Callais che smantella le tutele storiche del Voting Rights Act e mina i principi cardine della democrazia americana.
La Corte ha annullato una mappa dei distretti congressuali della Louisiana che includevano due distretti a maggioranza nera e ha imposto un nuovo criterio per la definizione dei distretti che rende quasi impossibile per gli elettori di colore di ottenere una rappresentanza equa.
La sentenza della Corte, di fatto, muta di significato l’applicazione della Sezione 2 del Voting Rights Act che ha protetto gli elettori di colore dalla discriminazione razziale negli ultimi 61 anni e rappresenta la più grande conquista per il movimento dei diritti civili.
La sentenza permetterà agli Stati di mettere a tacere le voci degli elettori di colore eliminando i distretti che offrono pari opportunità di partecipare al processo politico e di eleggere i candidati di loro scelta.
Janai Nelson presidente del Legal Defense Fund (LDF), che ha anche partecipato come avvocatessa alla discussione orale di fronte alla Corte ha detto: “La Sezione 2 del Voting Rights Act è stata giustamente definita il fiore all’occhiello del movimento per i diritti civili dalle precedenti composizioni di questa Corte.
Oggi, tuttavia, la Corte Roberts ha permesso che la discriminazione dilaghi.
Questo rappresenta una battuta d’arresto per il nostro Paese e per la nostra Costituzione che conferisce al Congresso l’autorità di affrontare la piaga della discriminazione razziale nel voto.
Chiederemo una nuova legislazione a tutela degli elettori e continueremo a lottare per difendere e promuovere i diritti civili di tutti. E per proteggere la nostra democrazia, mentre le nostre Istituzioni continuano a deluderci.
Questa lotta proseguirà nei Tribunali, nelle sedi statali, sulle strade e soprattutto nelle urne finché la promessa della nostra democrazia multirazziale non si realizzerà”.
Questa volta, al thé delle cinque alla Casa Bianca, saranno ricevuti i giudici della Corte Suprema.
La Corte, ad onor del vero, non ha fatto altro che applicare un principio di diritto sacrosanto e condivisibile: non può essere la differenza etnica un criterio per la definizione dei distretti elettorali, soprattutto in un sistema uninominale come quello statunitense.
Noi, però, eredi del diritto romano, ben sappiamo che Summum Ius, Summa Iniuria.